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rapporto con Giovanni Battista il Büchsel, in un suo articolo assai sostanzioso della Zeits. f. d. neut. Wissenschaft (1).

Nessuno di questi però, nella fretta di trarre delle conseguenze per la storia, o di combattere quelle trattene da altri, tentava di riesaminare sistematicamente ed a fondo il problema della data delle fonti, delle origini del Mandeismo e dei suoi sviluppi dottrinali. Dopo i lavori del Kessler, e sovratutto del Brandt, ormai antichi di varî decenni, nessuno ha ritentato un quadro riassuntivo della storia mandea. Il Lidzbarski, quanto mai prudente nelle sue deduzioni, si limitava ad accumulare argomenti per riportare le origini del Mandeismo lungo le rive del Giordano: cercava di rilevare gli addentellati politeistici con altre religioni o tradizioni: prospettava la possibile antichità di influssi iranici, portati già dal Brandt al sec. III d. C.: affermava anche, in forma del resto assai circospetta, l'appartenenza del Battista a circoli affini al Mandeismo: ma non disegnava espressamente una storia mandea e lasciava ai teologi la cura di inquadrare il Mandeismo nella storia generale. Egli era abbastanza cauto però nel suggerire come primo compito delle nuove ricerche il raggruppamento dei documenti conservatici anonimi e senza data. Solo il Lagrange creava acutamente quella sua nuova teoria che esposi nelle linee fondamentali: ed il Pallis esponeva brillantemente i risultati delle sue lunghe ricerche su gl'influssi e gli elementi del Parsismo e dello Gnosticismo nelle teorie e nei riti mandei.

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In questo stato delle ricerche mandee, credo sia necessario il riesaminare il problema in tutta la sua complessità. Non bisogna dimenticare che la letteratura mandea è quanto mai vasta e rappresenta indubbiamente il prodotto di parecchi secoli, nei quali la fantasia si è sbrigliata del tutto, e le menti stesse teologiche, dominate dalle correnti gnostiche, sono nel più grande fermento. Non si può valutarla in blocco: e molto meno usarne indistintamente per la storia di singoli e ben determinati movimenti religiosi.

Il piano del lavoro comprende tre parti :

I° Lo studio delle fonti e della loro data. - Studio invero il più breve, perchè limitato al Johannesbuch; non perchè il Qolasta ed il Ginza non meritino ugualmente ed anzi maggiormente di essere studiati: ma perchè solo pel Johannesbuch credo poter dire qualcosa di nuovo. Pel Ginza ed il Qolasta gli elementi utili a fissare una data sono stati già diligentemente valutati dal Lidzbarski. Del resto un nuovo elemento importante per fissare l'epoca delle fonti sarà fornito dalla determinazione dello sviluppo dottrinale del Mandeismo: specialmente dalla tesi, che spero troverà accoglimento, che la dottrina della Vita si è sviluppata posteriormente a quella, rilevata dal Brandt, del Re della Luce. II° Lo studio delle dottrine mandee. Saranno illustrate la suprema divinità ed i demiurghi e genî inferiori. Sarà egualmente esaminata la concezione filosofico-religiosa che è a base della religione mandea. Solo allora si potrà utilmente porre ed indirizzare ad una conclusione il problema delle origini del Mandeismo.

III° Valutazione dei rapporti del Mandeismo col Cristianesimo. In questa ultima parte si rileveranno in speciali capitoli anche i rapporti della religione mandea col Manicheismo e collo Gnosticismo: perchè se il Mandeismo non fornisce molto per le origini cristiane, credo porti invece un notevole contributo per i problemi ancora aperti delle origini della curiosissima teoria di Mani, e per quelli della Gnosi.

(1) Mandäer und Johannesjünger in Zeits. f. d. neut. Wiss. 26 (1927) 219-231.

PARTE II.

La composizione del Johannesbuch (1) La data delle sue fonti.

Il Brandt diede una limpidissima e penetrante teoria dello sviluppo e delle trasformazioni successive della religione mandea, fissando le idee primigenie politeistiche e le idee e le divinità che prevalsero nel seguito per influenze diverse. Egli fu spesso felice nel suo intuito: e rimane ancora il più benemerito interprete del Mandeismo. Ma la evoluzione da lui prospettata conserva elementi molto dubbî perchè molto incerte rimanevano come rimangono le date della maggior parte dei documenti. La data più o meno recente loro apposta viene dedotta, più che da criterî per sè stanti, dal rappre sentare i diversi documenti stratificazioni giudicate successive nello svolgimento architettato. Il Lidzbarski a sua volta ha messo in rilievo la necessità di una datazione più sicura dei documenti prima di affermare una teoria, e l'ha assegnata come compito delle nuove ricerche (2). Per sua parte egli vi ha apportato un prezioso contributo nella introduzione ai singoli libri e spesso ai singoli brani. Meno felice, come vedremo, è stato il Reitzenstein nel suo tentativo di ricostruire, coll'uso di elementi troppo limitati e con uno sguardo troppo ristretto, una apocalissi contemporanea ai nostri Evangeli canonici (3).

Gli elementi storici e concreti, gli accenni ad avvenimenti che possano servire come punti di riferimento sono purtroppo rarissimi in questa immensa letteratura di sognatori astratti. D'altra parte alcuni documenti sembrano manifestare ritocchi ed aggiunte: di modo che non sempre si può dedurre da un accenno, ad esempio, al Maomettanesimo o ad altro evento storico l'età dell'intero documento. S'aggiunga che un grande disordine ha preceduto ed accompagnato il raggruppamento dei singoli brani. I codici sono molto tardivi. Quelli del Johannesbuch non rimontano oltre il sec. XVII dell'èra nostra (*). Il più antico manoscritto mandeo risale all'a. 936 dell'Egira, al 1529 dell'èra nostra (5). Alcuni manoscritti indicano una serie di codici dai quali furono successivamente copiati: ma quand'anche quei dati fossero tutti sicuri, non si risalirebbe molto addietro (6). D'altra parte è noto che talvolta in codici recentissimi si sono conservate opere della più alta antichità.

Purtroppo una tradizione storica manca si può dire completamente. Il Brandt esaminò già gli elementi forniti dai viaggiatori e dai missionarî sulle tradizioni conservate dai Mandei viventi o da quelli viventi al momento della loro scoperta; e non veggo che alcunchè di notevole sia stato dopo riportato. Quegli elementi si riferiscono tutt'al più all'ultimo stadio della religione mandea, quale ci è nota dalla letteratura: non ci possono illuminare sulle origini e sullo sviluppo della loro religione. Siamo quindi ridotti allo studio degli elementi forniti dai testi. In tali condizioni a risultati ampî non si potrà arrivare se non si riesca a mostrare il raggruppamento di diversi brani. E' la via suggerita dal Lidzbarski ai nuovi ricercatori.

Per mia parte cerco con questo metodo di apportarvi un modesto contributo.

(1) Uso il titolo tedesco della traduzione del Lidzbarski invece del corrispondente mandeo Sidra dJahja perchè nella tesi che viene ora svolta io considero il Sidra dJahja come un elemento solo della raccolta. (2) Ginza, p. XVI-XVII.

(3) Zur Mandäerfrage in Zeit. f. d. neut. Wiss. 26 (1927) p. 39-70.

(4) LIDZBARSKI, Johannesbuch p. VII-VIII.

(5) LIDZBARSKI, Qolasta p. VI e 277.

(6) LIDZBARSKI, Johannesbuch, p. IX-XI: la valutazione dei dati è fatta con grande diligenza. Alcuni elementi sono indubbiamente mitici; cfr. NÖLDEKE, Mandäische Grammatik, 1875, p. XXII.

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Chi legge con qualche attenzione il Johannesbuch non può non riscontrarvi il più completo disordine. I brani non hanno più alcuna connessione gli uni con gli altri: a prima lettura sembrano anzi non avere alcun rapporto fra loro come pezzi di una antologia. II Lidzbarski ha notato nelle introduzioni ad ognuno di essi alcuni elementi di somiglianza; ma non è addivenuto a nessuna ricostruzione complessiva. E' stato anzi sino eccessivamente meticoloso nel distinguere e separare brani connessi nella tradizione testuale.

Eppure trae l'attenzione il numero rilevante delle allegorie, alcune delle quali sviluppatissime, disseminate senz'ordine alcuno nella raccolta. Nello smisurato Ginza allegorie simili non sono riscontrabili. Come pel genere letterario così anche pel loro sviluppo esse presentano una forma caratteristica, visibilmente personale. Il loro confronto accurato permette di raggrupparne un certo numero su basi di una grande probabilità.

L'allegoria del Buon Pastore (Johannesbuch p. 42 ss.) è svolta in due brani distinti che il Lidzbarski ritiene riuniti per la somiglianza del contenuto, mentre nulla dimostrerebbe una origine comune. Indubbiamente sono due sviluppi distinti dello stesso tema fondamentale.

Ma il Lidzbarski stesso ha notato che nel Ginza (177 1. 18 ss.), descrivendosi Manda dHaije sotto l'immagine del Buon Pastore, si raggruppano ambedue gli svolgimenti del Johannesbuch. D'altra parte lo stato attuale della raccolta mostra piuttosto la tendenza a disperdere i brani uniti che ad unire i dispersi.

Ad uno stesso autore o almeno ad uno stesso periodo di quella del Pastore credo vada attribuita quella difficile fra tutte del Pescatore ('): per una ragione sfuggita all'occhio indagatore del Lidzbarski. Egli che nega la identità d'autore, ha rilevate alcune somiglianze notevoli. Le formule iniziali (die Ichformel): « Io sono un Pastore che ama le sue pecore: io proteggo pecore ed agnelli. Al mio collo porto le pecore e dal villaggio le pecore non s'allontanano...» (Der gute Hirte p. 44). Io sono un pescatore, un pesca« tore che è stato eletto fra i pescatori. Un pescatore son io, eletto fra i pescatori, il capo di tutti i pescatori di pesci... (Der Seelenfischer p. 144). La consonanza comune col N. T. è sensibilissima, benchè il Lidzbarski neghi, credo senza ragione, una dipendenza diretta. Ma oltre a queste rassomiglianze, sottolineate da uno stile ugualmente immaginoso ed incurante di quello sviluppo semplice e naturale dell' allegoria che distingue le allegorie del Vangelo, vi è identica la condizione generale estremamente penosa che attraversa il Mandeismo. Un proselitismo religioso estraneo, più probabilmente che cristiano, dovuto all'irrompere dell'Islamismo, miete colla massima larghezza nel campo dei fedeli. La persecuzione colpisce violentemente le comunità, collocate sulle rive dell'Eufrate (Johannesbuch p. 45). E' evidente che non si tratta di un pericolo immaginario che faccia luogo ad esortazioni generiche. No: la tempesta s'abbatte tremenda sul gregge (Der gute Hirte p. 46 ss.), come conturba le onde del mare solcate dal buon Pescatore. Diecimila per diecimila draghi sono in ciascuna nube. Io piango sulle mie pecore, e le mie pecore piangono su se stesse. Piangono i piccoli agnelli che non possono uscire dalla porta dell'ovile ». (Der gute Hirte p. 47). Una infima minoranza resiste. Di mille io ne ritrovai uno: d'una generazione intera ne ritrovai due (ib. p. 49). Nell' allegoria del Pescatore (Der Seelenfischer p. 138 ss.) la constatazione ritorna amara. La rete dai Pescatori avidi, divoratori del pesce, è gettata dinnanzi agli occhi dei pesci: uno fra mille la vede, e di diecimila la vedono in due (p. 158). Vi sono nel mondo colombe e sparvieri. . Non vi sarà mai giorno al mondo che la colomba ami lo sparviero. Maledetti siate voi, uccelli puzzolenti, e maledetto sia il vostro nido: non sia esso mai popolato! Guai al vostro padre Sirma, che ha sede sulla Quercia. Guai a te, affamato Safna... < Beato colui che si libera dagli artigli dei predatori di pesci. Beato colui il quale si libera dagli uomini che custodiscono l'orbe (p. 160).

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(1) Johannesbuch, p. 138 ss.

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La seduzione è data da una nuova dottrina, dalla quale viene adescata anche la parte dirigente della religione. Dai pescatori che pigliano i pesci per-divorarli vengono fatte proposte alquanto misteriose al pescatore del Mandeismo, cioè al suo capo. ‹ Noi ti facciamo capo di noi tutti. I pescatori si raccolgono presso di te: i primi ti seguono: essi diverranno tuoi schiavi, e tu prenderai tre parti di quello che ci cade in mano (p. 157). Ma egli rifiuta recisamente la proposta, ed il rifiuto è naturalmente seguito dalla lotta religiosa. Quegli sparvieri appollaiati sulle montagne e che scendono a far preda sembrano piuttosto guerrieri predatori che non miti predicatori. « Gli uomini che custodiscono l'orbe possono designare gli imperatori bizantini, ma la frase si attaglia bene anche all'Islam. La allegoria del Pastore è indubbiamente posteriore a Maometto, cui allude in modo espresso. Beati coloro che in questo tempo di defezione per Bišlom, sono rimasti fedeli (p. 49). Bišlom è sovrannome d'insulto per Maometto, come ha notato rettamente il Lidzbarski (p. 46, n. 5). « Ognuno il quale viva alla fine del periodo di Nirig, sia a lui la sua coscienza un sostegno ». Ancora il Lidzbarski ha rilevata la equivalenza di Nirig con Nergal, il dio della guerra, adatto ad esprimere gli arabi guerrieri. La speranza di una fine » del periodo di Nirig si confà bene al periodo degli Omaiadi (1). Nella allegoria del Pescatore, data anche la difficoltà del testo, le allusioni sono più misteriose e più difficilmente identificabili; ma nulla indica un periodo anteriore, anzi la descrizione, come rilevammo, s'attaglia bene allo stesso periodo di tempo.

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I due brani seguenti raccolti sotto il titolo comune Der Eisenschuh, la scarpa di ferro, (p. 164) sono assegnati dal Lidzbarski al periodo degli Omaiadi come quella del Pastore. << L'Uomo straniero al quale Rûḥa (lo Spirito considerato sempre dal Mandeismo come un essere di natura malvagia ed ingannatrice) si rivolge per udire il suo canto, è Hibil-Ziwa. Questo Uomo straniero riappare in un brano apparentato Der fremde Mann in Jerusa lem (2). Una volta, è vero, nel brano egli sembra essere identificato con Manda-dHaije (p. 195), come dopo con Hibil-Ziwa: « Ognuno il quale oda ed ascolti queste parole che escono dalla bocca di Hibil-Ziwa... ». Ma la menzione di Manda-dHaije, non espressamente identificato del resto con l'Uomo straniero, va ritenuta come una glossa introdottasi posteriormente: « Chiunque invochi Manda-dHaije, io, Manda-dHaije, gli porgerò aiuto (3).

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E' vero che in altre e pur frequenti tradizioni ad Hibil (il biblico Abele) è sostituito Anoš (il biblico Enos). Il concordare dei due brani sul nome di Hibil-Ziwa non ne riesce che maggiormente probatorio. Anche il brano Der fremde Mann in Jerusalem è posteriore del resto all'affermarsi della potenza araba, perchè la polemica contro il Maomettanesimo è nettamente sviluppata: ‹ Miei eletti! Io vi dichiaro a riguardo degli Arabi, che essi hanno tolta la loro Scrittura dalla Thora. Dalla Thora è derivata la loro Scrittura, eppure essi non vogliono riconoscere la Thora» (p. 193).

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Rilevo sin d'ora il contatto notato dal Lidzbarski coi brani Miriai, che verranno studiati fra poco e che debbono, per ragioni indipendenti, essere attribuiti alla stessa epoca. Çol numero precedente va collocata la preghiera di Anoš-Uthra (p. 236 ss.). Si leggano le frasi: Quale dolore per me, pei discepoli miei, che sono gettati nella tenebra. Qual dolore per me pei figli miei discepoli i quali son gettati nella grande impurità. Qual dolore per me, pei figli miei discepoli, sui quali Ruḥa ha sparso la impurità e che egli ha atterrati» (p. 236). E si confrontino le altre del brano Der fremde Mann: « Qual dolore per me, pei miei discepoli che vivono in questo periodo: essi sprezzano le perle, e mancano, e peccano contro di me. Qual dolore per me pei discepoli miei che vivono in questo periodo. Ruḥa ha sguinzagliato e gettato contro di loro il sudiciume ed il sangue menstruale e li ha sospinti giù alle porte della tenebra » (p. 194). Che la menzione di Manda-dHaije già notata in questo brano come una glossa, non si debba interpretare come

(1) Lidzbarski, Johannesbuch, p. 50, n. 4 e p. 53, n. 1.

(2) Johannesbuch, p. 191 ss.

(3) Johannesbuch, p. 195.

una identificazione dell'Uomo straniero, trova una conferma nella preghiera di Anoš-Uthra. « Noi abbiamo dei discepoli che sono caduti nella prigionia di Ruha, eppure invocano il nome di Manda-dHaije. Noi abbiamo dei discepoli che sono caduti nella prigionia di Ruḥa eppure invocano il mio nome. Poscia Hibil-Ziwa alza la sua mano (p. 239). L'Uomo straniero è qui Hibil Ziwa, il quale si scambia come inviato divino con Anoš-Uthra: questi è menzionato più di frequente, anche in brani del Ginza. Troveremo nuovamente Anoš-Uthra in Gerusalemme in altri brani del Johannesbuch (Jahja Johana, p. 118) e del Ginza.

Della preghiera di Anoš-Uthra è una continuazione l'ultimo brano del Johannesbuch intitolato dall'editore Anoš-Uthra in Jerusalem (p. 242 ss.). Anche per esso viene rilevato dal Lidzbarski la parentela, sotto l'aspetto della lingua, coi brani Miriai.

Anche il lamento di Hibil (Hibils Klage p. 196 ss.) se non appartiene allo stesso autore, come io credo, appartiene indubbiamente allo stesso ciclo di interpretazione storica. Parallelo ad esso ed in tutto simile è quello di Šum-Kušṭa (p. 58 ss.), in cui si discute la sorte delle anime dopo morte, e si descrive la infelicità della presente vita, nella aspirazione alle sedi eterne da cui l'anima promana. Anch'esso è composto in un periodo di defezioni dal Mandeismo. La Domenica è salita al cielo. La Parasceve mi ha abbandonato: mi hanno dimenticato gli Uthra che qui mi hanno condotto. Vanno perduti i miei battesimi, e del mio Segno non si ricordano più nella casa di mio padre. Hanno dimenticato le mie parole ed i miei libri, ed è soppressa la mia preghiera della notte (p. 68). «Io sono caduto in una grave persecuzione ed in angustie che non hanno fine. Il dolore mi colpisce e le mie lagrime scorrono senza chi le asciughi» (p. 62). I lamenti sono na turalmente espressione sincera delle penose condizioni che il Mandeismo attraversa: quelle condizioni che abbiamo già trovato nei brani precedenti.

In questo brano merita rilievo l'accenno ripetuto di Šum-Kušța a libri suoi nascosti (p. 65 1. 22), a parole e libri suoi che sono nascosti o dimenticati (p. 68; p. 69). E' curioso notare come dopo questi ripetuti richiami a tali parole e a tali libri che non dovevano essere dimenticati e la cui obliterazione è messa sulla stessa linea della dimenticanza dei più gravi doveri del Mandeo, non si abbia poi di essi nessun accenno nella grande raccolta del Ginza, e nemmeno nel Johannesbuch tranne quelli riportati.

Nel Qolasta solo il numero 71 è attribuito ripetutamente a Šum-Kušta, senza peraltro che esso presenti nel suo contenuto alcuno accenno specifico e formale alla storia di Šum, e senza che egli sia pure menzionato. L'attribuzione del canto a lui non può essere originata che da motivi tradizionali: esso dovè essere tolto da una raccolta più ampia che correva sotto quel nome. Non sarebbe possibile trovarne frammenti nei brani indicati? Ritornando alle allegorie, quella dell'aratro (Der Pflug p. 177 ss.) è d'altro stile: è una pura esortazione morale, di grande limpidezza e sensatezza, la quale va meglio incorpo rata alle altre esortazioni frammentarie frequenti nella raccolta: fra le quali anzi si è incuneata, sia pure senza connessione originaria. Ugualmente dicasi dell'altra, il Piantatore (Der Pflanzer p. 219 ss.): benchè essa abbandoni il terreno puramente morale per rinnovare le idee sulle vesti di luce, che hanno paralleli stretti con altri brani. Anche l'allegoria dell'Aquila bianca (Der weisse Aar p. 235 ss.), come osserva il Lidzbarski, va collegata piuttosto coi brani intitolati Jošamin. Ad essa si contrappone quella del Pavone (p. 240 ss.). Il lungo libro Jahja-Johana (p. 75 ss.) è assegnato dal Lidzbarski al periodo degli Abassidi (p. 72). Il Lidzbarski n'ha tratto il titolo di tutta la raccolta, denominata Johannesbuch, benchè fuori di quei brani la figura di S. Giovanni Battista non sia quasi menzionata. A base di esso non c'è nessuna tradizione storica relativa al Battista: nemmeno l'osservazione è del Lidzbarski — una qualche leggenda. L'Autore lavora sul materiale raccolto e fornito dai Vangeli, non utilizzati direttamente secondo il Lidzbarski, il quale per altro ammette che il racconto della imposizione del nome dipende dal racconto di S. Luca. Tutte le obbiezioni contro il Cristianesimo presuppongono il diffondersi esteso del monachismo (p. 104). V'è anzi (ibidem) una allusione a trombe e corni usati nel servizio religioso, del cui introdursi forse i liturgisti potranno identificare il tempo. Lo Spirito (Ruha) discende sotto forma di colomba e delinea un segno di croce! (p. 108).

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