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dei documenti mandei quello di Codex Nazaraeus. Sono problemi che sono qui solo accennati, come quesiti da risolvere in seguito, quando saranno raccolti tutti gli elementi per una decisione.

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Sulle origini del Mandeismo il dibattito è ancora vivissimo e dalle tesi che si sostengono in proposito dipende la diversa valutazione dell'importanza storica della sua letteratura.

Una prima discussione verte sul luogo dove il Mandeismo sorse. Attualmente e per quanto tempo possiamo rintracciare la loro storia, i Mandei sono fissati nella bassa pianura caldea. Alcuni studiosi quali il Kessler, il Brandt, il Peterson hanno creduto che la Mesopotamia inferiore fosse la loro patria d'origine. La loro religione secondo il Kessler era una religione babilonese in una sua forma tardiva, sviluppata secondo direttive nuove e mista di elementi popolari. Anche secondo il Brandt il primo materiale mitologico e filosofico era caldeo: il Mandeismo n'avrebbe data una interpretazione, in dipendenza da teorie affini allo gnosticismo ('). V'è contro questa teoria una difficoltà ovvia. La letteratura mandea esalta continuamente il Giordano e le sue acque. Il fiume che porta nelle sue acque la vita non è l'Eufrate, come sarebbe pensabile tra popolazioni sue rivierasche, ma il fiume sacro della Palestina. Sino nel mondo celeste della piena Luce è rappresentato il Giordano dalle acque bianche, in cui gli dei stessi che abbiano qualche difetto sono battezzati.

Il Brandt interpretava il Giordano etimologicamente: il vocabolo 7 starebbe ad indicare non il fiume palestinese, ma ogni corrente che scenda dai monti (2). Il Kessler, e recentemente il Peterson non hanno veduto in esso che una speculazione gnostica. Co me è utilizzato il passaggio del Mar Rosso, presso il quale i Mandei non si sono certamente mai trovati, così fu utilizzato anche il Giordano il quale aveva per sè il vantaggio d'essere celebrato da un'ampia letteratura sacra, messa in valore dalle comunità confinanti del Giudaismo babilonese.

Il Lidzbarski invece non ha mai cessato dal sostenere una origine occidentale del Mandeismo, e nelle introduzioni alle sue versioni ha accumulate le prove di questa tesi. Ragioni linguistiche ci portano ad occidente, nei paesi aramei: nomi di genî venerati nella setta ci riportano sulle colline dello Hauran o sulle terre occupate dai Nabatei. Il Nöldeke osservava già che una dimora in occidente era dimostrata dal fatto che i Mandei lamentavano persecuzioni da parte del Cristianesimo e del romano Cristo; ora queste non si potevano spiegare nelle terre della Mesopotamia, dove il Cristianesimo non fu mai portato sul trono, e dove l'impero romano non arrivò colle sue conquiste.

E' l'osservazione svolta ampiamente ed indipendentemente dal P. Lagrange, il quale viene ad identificare il Mandeismo con una delle sette gnostiche palestinesi. E' l'idea pure del Behm, che riallaccia il Mandeismo a correnti poco note di una eterodossia giudaica. E' l'idea infine di tutti coloro, i quali, come il Bultmann, il Bauer, il Lohmeyer, il Reitzenstein, pur non proponendosi di studiare completamente il problema, sostengono però la realtà di stretti rapporti del Mandeismo con S. Giovanni Battista o coll'origine del IV Vangelo e dell'Apocalisse.

Come s'è potuto intravvedere e come è naturale, la tesi sulla patria d'origine del Mandeismo è strettamente legata alla interpretazione di esso.

Un altro problema fondamentale è quello della data d'origine e della natura del Mandeismo, la cui risoluzione deve precedere qualsiasi utilizzazione di esso e delle sue fonti. I documenti rimastici sono, almeno nel loro complesso, tardivi, benchè troppo so

(1) Die mand. Religion, p. 102 ss.

(2) Il Brandt ha però modificata quell'idea nell'opera postuma Die Mandäer p. 21 ss, accogliendo la tesi del Lidzbarski di una origine occidentale dei Mandei.

vente manchino, in una letteratura di speculatori e di sognatori, elementi concreti e riferimenti storici per un giudizio sui singoli brani. La difficoltà è aumentata enormemente dal fatto che quella letteratura non ci ha conservate larghe opere di getto, conservate nel raggruppamento originario per età ed autori; ma brani staccati, raccolti come in una antologia, ordinati sovente per materia o affatto senz'ordine. Di modo che il più delle volte occorre portare un giudizio distinto su ciascuno degli innumerevoli documenti. Il Lidzbarski ha nelle sue versioni raccolto un materiale imponente al riguardo preponendo una introduzione ai singoli componimenti. Ma additava egli stesso, al termine della sua fatica, nella introduzione al Ginza, come programma alle successive ricerche degli studiosi, il raggrup pamento dei brani, necessario per fissare le date di essi e determinare le tappe di sviluppo delle idee (1). Gran parte, possiamo dire la maggior parte, è posteriore all'irrompere dell'Islam. Notevoli a riguardo dell'epoca delle fonti sono le risultanze che dallo sviluppo linguistico, trae il Nöldeke nella introduzione alla sua grammatica mandea (2).

Più che non le osservazioni linguistiche ci possono giovare, per fissare le date dei documenti stessi, gli studi dello sviluppo delle idee nel Mandeismo stesso. E' vero che questo sviluppo stesso vuole determinato sulla base dei documenti e sulla loro data: ma rintracciata l'origine di una idea fondamentale o d'una tappa di sviluppo, se ne può arguire la data pei documenti nei quali essa ricorra Per portare un esempio: il Brandt scoperse che il primo trattato del Ginza rappresenta una concezione personale e caratteristica della religione, in testa alla quale sta il gran Re della Luce, dal quale tutto dipende e deriva, come in una forma monoteistica, se si eccettui il mondo delle Tenebre. Egli attribuiva quella concezione ad influenze del Parsismo e la datava giustamente del III secolo d. C. (3). Ora non pochi documenti sono evidentemente dominati da quella idea, e devono esserle posteriori.

Ma i documenti potrebbero essere tardivi, e la religione mandea essere antichissima Il Lidzbarski il quale riconosce influssi iranici nella concezione mandea della Luce e della Vita, osserva che influenze persiane nei popoli dell'Asia d'occidente sono rilevabili sino dal sec. V a. C. (4).

Coloro i quali ammettono, più o meno stretto, un contatto del Mandeismo con S. Giovanni Battista presuppongono, o ne deducono, che le origini mandee risalgano almeno al principio del I secolo cristiano. Il Bultmann, il quale ha studiato sovratutto i rapporti del Mandeismo col IV Vangelo, pur non discutendo nuovamente la data dei documenti mandei, tenta provare con essi e col confronto di altre fonti svariate la tesi che anteriore al Cristianesimo c'era un mito il quale fornisce la spiegazione della teologia ed anche della mistica di S. Giovanni Evangelista (). Il Reitzenstein ha tentato di provare di più non solo la esistenza del Mandeismo anteriormente al Cristianesimo, ma il permanere fra i documenti mandei a noi conservati di fonti anteriori alle fonti stesse cristiane, scritte al momento in cui si profilava la rovina di Gerusalemme. L'opera dei Logia aramaici di cui parla Papia, identificata colla famosa Quelle della teoria delle due fonti nel problema sinottico, ne sarebbe dipendente (°).

Pur troppo, come vedremo, gli elementi che consentano un giudizio sulla data delle origini mandee non sono abbondanti. Oltre i rapporti con S. Giovanni, possono servire all'uopo i rapporti colle sette gnostiche palestinesi, giudaiche o cristiane, se si accetta, come si pare oggi inclinati, l'origine occidentale del Mandeismo. I Σeẞovaíoɩ samaritani, i Nasorei ed i Nazarei di Epifanio, gli Elkasaiti, gli Hemerobattisti, forse anche i Minim, eretici giudei, hanno tutti dei punti di contatto col Mandeismo: appartengono tutti, come del resto i Mandei, alla grande corrente gnostica, le cui origini sono ancora tutt'altro

(1) Ginza, p. XVI s.

(2) Mandäische Grammatik, p. XIX s.

(3) Mandäische Religion, p. 39-48; 194 ss.

(+) Ginza, Einleitung p. VIII.

(5) In Zeits f. die neut. Wiss., 24 (1925) p. 100 ss.

(6) Das mand. Buch d. Herrn, p. 60 ss.

che perfettamente esplorate. Se potessimo avere argomenti per la identificazione pura e semplice di alcuna di quelle sette già note col Mandeismo, avremmo altri elementi tradizionali per congetturare, se non fissare una data: ma quella identificazione assoluta non credo sia ammissibile.

D'altronde conviene non dimenticare che il Mandeismo ha subito evoluzioni profonde: più che essere un sistema è una successione di sistemi, a volte di grande nettezza teologica. Occorre quindi fissare non solo le origini del Mandeismo, considerato come un tutto, ma determinare le tappe delle sue evoluzioni, almeno. nell'ordine di successione se non sia possibile stabilire una cronologia.

Secondo il Brandt, il Kessler e quasi tutti coloro che hanno data una esposizione complessiva della religione mandea, il Mandeismo ha avuta una prima fase politeistica: ed i primi documenti sono nello stesso tempo cosmologie e teogonie.

In tal caso è ovvio riportare le prime origini delle idee e tradizioni mandee a tempo antichissimo. Effettivamente il Kessler ('), lo Zimmern (2) ed anche il Brandt (3) si sforzano di rilevare dei contatti coll'antico politeismo babilonese: contatti però, che se si tratti almeno della religione ufficiale babilonese, nota dai documenti, sono insussistenti del tutto, come mancano colla religione aramaica o nabatea per quanto ci sono note.

Il Lagrange è stato il primo a negare questa fase politeistica originaria ('). E' in questo la originalità maggiore e il maggior interesse della sua esposizione. Il Mandeismo è un sistema a tinte gnostiche, sviluppatosi sul tronco, non del Cristianesimo, ma del Giudaismo: affermatosi però fin dall'inizio contro di esso, pur mantenendo diversi punti di contatto. Esso dovrebbe identificarsi coll'Elcasaismo, di cui parlano Epifanio e in modo particolare Ippolito. I pretesi elementi politeistici, quando non siano infiltrazioni posteriori, persiane o babilonesi, devono interpretarsi come emanazioni gnostiche. Il sistema fondamentale non si dovrebbe ad un fondo di tradizioni popolari ed anonime, ma ad un fondatore, giudeo, o più verosimilmente, proselita giudaico, il quale avrebbe abbandonata la religione o paterna o novellamente abbracciata, ponendosi con ciò stesso contro di essa, in una opposizione che le lotte sortene dovevano sempre più approfondire. Formatosi in Palestina - la tradizione secondo il Lagrange designerebbe anzi Gerusa lemme --, avanti la distruzione completa della capitale ebraica sotto Adriano, sarebbesi conservato in occidente sino al sec. V, quando le persecuzioni cristiane e giudaiche costrinsero i Mandei ad emigrare nella bassa Caldea, dove noi li troviamo collocati nei documenti storici (3).

Simili idee espresse brevemente il Gressmann in un articolo in cui cercava di fissare i nuovi compiti degli studi del Giudaismo postbiblico. L'origine dei Mandei non rettamente sarebbe fatta risalire al paganesimo politeistico. Essi sarebbero stati originariamente Giudei: avrebbero inclinato verso le religioni astrali: sarebbero poscia passati al Cristianesimo per rigettarlo a sua volta, fissandosi poi in un sistema gnostico, non molto variato più tardi (®).

Il Behm accentua similmente il carattere gnostico del Mandeismo. Il Mandeismo ed il Giudaismo si debbono considerare come due fratelli nemici l'uno all'altro »; e il Mandeismo originario viene considerato ed interpretato come un « Giudaismo eretico», cioè come una gnosi giudaica palestinese dell'epoca neo-testamentaria » (^).

«

(1) Realenzykl. f. prot. Theol. 12, 181.

(2) In Orientalischen Studien, Th. Nöldeke z. 70 Geburtstag gewidmet, p. 344.

(3) Die Mandäishe Religion, p. 184 ss.

(4) Aveva accennata fugacemente una tesi simile il GRESSMANN, in Zeits. f. d. alt. Wiss (1925) p. 24 ss.

(5) Cf. la «< ricapitolazione storica » da lui data in Rev. Biblique, 1927 p. 510 ss.

(6) In Zeits. f. die alt. Wiss. 43 (1925), 24 ss. È l'idea accolta dall'ALLO in Rev. Biblique 1928 p. 201 ss.; egli però ha acceduto posteriormente alla tesi del Lagrange, svolta con maggiore misuratezza.

(7) In Die mandäische Religion und Christentum.

Uno studio approfondito ed assai importante è quello pubblicato dallo Svend Aage Pallis, prima in lingua danese, poi in versione inglese (). Esso non è ancora completo, a meno che un secondo volume sia uscito in questo momento. Nel volume uscito il Pallis esamina successivamente i rapporti del Mandeismo colla religione babilonese, col Parsismo, col Giudaismo ed infine collo Gnosticismo. Vengono rimessi ad ulteriore esame i rapporti mandei col Manicheismo, col Cristianesimo e l'Islam. Il Mandeismo non ha quasi nulla della religione babilonese, mentre ha preso moltissimo dal Parsismo, anche in concezioni e figure fondamentali. Questo studio delle influenze iraniche, per quanto già in parte note o supposte, è forse la parte più attraente e luminosa del volume. Pei rapporti col Giudaismo il Pallis sostiene una tesi singolare, perfettamente negativa ed antitetica a quella del P. Lagrange. Quando gli scritti mandei, almeno i più antichi, parlano di giudei, dovrebbe intendersi invece di cristiani, poichè le loro religioni non sarebbero apparse come distinte presso i mandei. Malgrado ciò il Pallis ammette e rileva frequentemente la conoscenza e l'uso delle fonti bibliche, dell'A. e del N. T. Nella sua sostanza il Mandeismo è una setta gnostica, e della solennità dei misteri ellenistici rivestiva i propri riti, specialmente quelli del battesimo. Il centro originario del Mandeismo non sarebbero le rive del Tigri o dell'Eufrate, e neppure quelle del Giordano: esso dovrebbe forse ricercarsi nel Turchestan, presso il lago di Urmia.

Se anche i rapporti col mondo islamico e cristiano non sono svolti ex professo, l'idea del Pallis risalta già nitidamente. L'influenza cristiana sul Mandeismo è sviluppatissima, almeno nei dettagli, ed ancora più diffusa è forse l'influenza delle tradizioni e della letteratura islamiche.

Le sue idee furono accolte dal Burkitt, il quale tenne a rilevare ancor più la dipendenza del Mandeismo dalle idee marcionite, e l'uso della versione siriaca peshitto della Bibbia (2).

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A seconda della data e della patria fissata, dell'interpretazione stessa della dottrina mandea si sarà portati ad affermare o a negare la importanza del Mandeismo per le origini cristiane, e più largamente a valutare l'apporto dei suoi documenti nella storia religiosa dei primi secoli dell'era nostra.

Il Brandt che pur sottomise a diligentissima ed acuta disamina il Mandeismo non aveva rintracciate influenze del Mandeismo sul Cristianesimo: anzi aveva spesso mostrata un'influenza inversa. Al Kessler, che nella esposizione delle dottrine mandee aveva usate formule cristiane e trasferita al Mandeismo l'idea della incarnazione, aveva anzi risposto con vivacità accusando la sua esposizione di leggerezza (3). Il Lidzbarski stesso nella introduzione alle traduzioni dei libri mandei non aveva rilevata una influenza positiva del Mandeismo sul sistema dottrinale cristiano: ed il Bousset, il quale è pure tanto propenso a ricercare le origini delle idee e del misticismo cristiano in antiche correnti gnostiche, aveva utilizzato il Mandeismo nella esposizione delle idee e delle vicende della Gnosi, ma non nella esplicazione del sistema cristiano ('). Il Nöldeke, a sua volta, pur non trattando espressamente il problema, che non sembrava allora nemmeno posto, rilevava in una lucida recensione del volume Das Johannesbuch der Mandäer del Lidzbarski, una errata tendenza a negare o diminuire la dipendenza del libro dal Cristianesimo, la quale per alcuni punti, come per il cibo e la bevanda rituali e per gli influssi del IV Vangelo, gli sembrava manifesta (5).

(1) Mandaean Studies 2, 1926.

(2) In Journal of theol. Studies, 29 (1928) p. 225-237.

(3) Die mand. Religion,p. 156, n. 3: « Es könnten die mand. Texte nicht leichtfertiger behandelt werden». (4) In Hauptprobleme der Gnosis, passim.

(5) In Zeits. f. Assyr. 30 (1916) 137 ss.

L'importanza dei documenti mandei per i problemi delle origini cristiane è stata affermata quasi esclusivamente dopo l'edizione della versione del Ginza. Pochi anni prima, è vero, il Reitzenstein in una relazione all'Accademia di Gottinga, studiando non tutto il Mandeismo, ma solo i due primi trattati del Ginza, n'aveva tratte le teorie sovraesposte ('): ma con poca fortuna, perchè, a quanto io sappia, le sue teorie di fonti mandee, anteriori alle fonti neotestamentarie e influenti su di esse, non furono accettate da alcuno. Il Gressmann, che pure sunteggiò con molta lode altri lavori del Reitzenstein, in questo punto mostrò la più completa sfiducia. Ugualmente il Lidzbarski (2).

A dar la stura alle teorie che utilizzavano, pei problemi delle origini cristiane, la letteratura mandea messa ormai a portata dei teologi e degli storici, fu primo il Bultmann, il quale rilevò minutamente i parallelismi tra le fonti mandee e il IV Vangelo, illustrando il confronto con larghe citazioni di scritti più o meno affini, appartenenti in maggior numero alla letteratura apocrifa e gnostica. Secondo il Bultmann il problema del IV Vangelo poteva dirsi ormai sciolto: la sua teologia e la sua mistica non erano più isolate e caratteristicamente personali come si era disposti a pensare: ma appartenevano ad una vasta corrente religiosa, la quale trovava un nuovo testimonio complessissimo nella letteratura mandea. Non solo la forma, ma lidea stessa del Cristo e della liberazione dell'uomo da lui operata, quale viene presentata dal IV Vangelo, non era che la applicazione al fatto cristiano di un mito preesistente della liberazione (3). Il lavoro del Bultmann è infirmato da un grave difetto di metodo: egli non tiene calcolo della data dei documenti, ma utilizza indifferentemente quelli del Ginza, del Qolasta, e del Johannesbuch. Il Bultmann sente egli stesso la difficoltà: e cita non solo testi mandei, ma altre fonti, per provare l'esistenza di una vasta corrente religiosa, comune e quindi anteriore ai documenti citati. Ma in linea di principio e di fatto la obiezione rimane. Quale valore attribuire ad esempio per provare una corrente mistica e teologica anteriore al IV Vangelo, a documenti posteriori all'irrompere dell'Islamismo, quali sono nella maggior parte i componimenti del Johannesbuch?

L'idea fu ad ogni modo largamente accolta e W. Bauer nella seconda edizione del suo Commento al IV Vangelo utilizza ampiamente la letteratura mandea a sua illustrazione (*). E similmente il Lohmeyer utilizzava il Mandeismo per illustrare l'Apocalissi di S. Giovanni (3).

Il Behm ugualmente, in un suo breve lavoro che vuol essere solo una relazione dello stato degli studi mandei, afferma l'importanza del Mandeismo pel problema delle origini cristiane (*). La tesi del Bultmann è pure accolta in uno studio da H. Preisker pubblicato nei Theologische Blätter, che insiste nel rilevare delle analogie della idea della « liberazione nel Mandeismo e nel Cristianesimo primitivo ('), senza però trattare la questione delle origini del Mandeismo e dei suoi scritti.

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All'opposizione si collocava il Peterson, il quale riduceva il Mandeismo ad una dottrina gnostica, spingendosi sino a negare la storicità della tradizione mandea su una origine palestinese, interpretando le menzioni di Gerusalemmme, del Giordano ecc. come speculazioni sul genere amato dagli gnostici. Egli terminando un suo articolo faceva notare quanto fosse azzardato illustrare le prime origini cristiane con una letteratura che nella massima parte è composta in terra caldea dopo il sec. VII (8). Ugualmente negavano ogni

(1) Esse sono svolte nel fascicolo Das mandäische Buch des Herrn der Grösse und die Evangelienüberlieferung, Heidelberg, 1919.

(2) GRESSMANN in Zeits. f. Kirchengeschichte, 40 (1922), 188 s; 41 (1923), 167 ss; LIDZBARSKI, Ginza, p. XII.

(3) In Zeits. f. d. neutest. Wissenschaft, 24 (1925) p. 100 ss.

(4) Das Johannesevangelium, zweite, vollig neubearb. Auflage, Tübingen, 1925.

(5) E. LOHMEYER, Die Offenbarung des Johannes, Tübingen, 1926.

(6) In Die mandäische Religion und das Christentum, 1927.

(7) Urchristlicher und mandäischer Erlösungsglaube in Theol. Blätter, Giugno 1928.

(8) Zeits. f. d. neut Wissenschaft 25 (1926), 236-248; 27 (1928) 55-93.

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